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riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo sul dopo Covid 19 dall’Avv. Filippo Gargallo di Castel Lentini, componente della Commissione VIA-VAS: in materia di inquinamento e di allevamento, sarà meglio che le cose non tornino come prima!

riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo sul dopo Covid 19 dall’Avv. Filippo Gargallo di Castel Lentini, componente della Commissione VIA-VAS: in materia di inquinamento e di allevamento, sarà meglio che le cose non tornino come prima!

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Tempo di lettura:5 Minuti, 58 Secondi

Un futuro diverso (We won’t return to normality, because normality was the problem)

Filippo Gargallo di Castel Lentini

Non sarà facile. Ma probabilmente sarà assolutamente necessario. Sto parlando del cambiamento delle nostre abitudini di vita, siano esse alimentari che comportamentali.

Oggi che ottimisticamente andiamo già pensando al futuro senza Coronavirus (mentre sembra che la strada sarà ancora lunga e forse non sarà neanche una sola la strada da percorrere) dobbiamo interrogarci su come affrontare problematiche alimentari e comportamentali che hanno vieppiù dimostrato di essere incompatibili con la vita umana sul pianeta, fino ad arrivare alla presente pandemia.

Tra le tante evidenze che vengono esposte al nostro esame, ritengo sia opportuno ragionare inizialmente su due macro aspetti: l’inquinamento atmosferico e l’allevamento intensivo.

L’inquinamento atmosferico: la triste vicenda virale che ci occupa in questo periodo sembra aver trovato un terreno fertile, un vettore per così dire, nell’inquinamento atmosferico. Non a caso Wuhan in Cina, la pianura padana in Italia, la regione di Madrid in Spagna, New York negli Stati Uniti, sono tutti luoghi particolarmente afflitti dall’inquinamento atmosferico. La scienza sembra sia sempre più convinta che i virus viaggino più velocemente sulle ali delle particelle di N02 (biossido di azoto) e di PM10 (particolato), che insomma ci sia una correlazione tra il Covid 19 e l’inquinamento. 

La diminuzione dei casi di Coronavirus è certo merito del distanziamento sociale (oltre che delle cure sanitarie). Ma forse anche della diminuzione dell’inquinamento atmosferico dovuta al blocco dei trasporti e delle fabbriche. Un evidente parallelismo in questo senso si osserva sia in Cina come anche nella pianura padana. Che sono stati i primi luoghi colpiti. Ora vedremo cosa succederà nelle altre aree già molto inquinate e da ultimo costrette a nuovi blocchi di trasporti e produzioni.

 Questa correlazione ci pone delle riflessioni. Immediate e semplici, certo: meno inquinamento corrisponde a minor diffusione dei virus. Ma come si fa a diminuire l’inquinamento nella nostra società?  Come porre in essere questa semplice equazione per un futuro di una società come la nostra ormai comodamente assuefatta a sistemi di produzione e di trasporto evidentemente correlati con dei rischi per la nostra salute. Una cosa è un blocco, temporaneo, delle attività economiche, un’altra è rivoluzionare completamente il sistema.

L’allevamento: nel 2004 l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), l’OIE (Organizzazione Mondiale per la Salute Animale) e la FAO (l’articolazione dell’ONU per l’agricoltura e la fame nel mondo) hanno segnalato sulle riviste scientifiche come si stava assistendo ad un incremento di domanda di proteina animale. Questo aumento della domanda ha portato ad una forte variazione del tipo di allevamento del bestiame destinato all’alimentazione umana. Ed in particolar modo nelle economie allora emergenti che erano anche quelle che maggiormente chiedevano più carne. In particolare, la Cina con il suo curioso sistema economico (un comunismo capitalista, se è possibile anche solo avvicinare i due termini) ha immediatamente compreso che la sua esigenza di maggiore produzione di proteine derivate da animali poteva anche soddisfare le esigenze di altre nazioni occidentali, spesso vincolate da eccessive tutele degli animali, stante la crescente sensibilità delle loro popolazioni alle tematiche compassionevoli riferite all’allevamento.

L’allevamento quindi da tradizionale (piccole fattorie sparse su un vasto territorio e con relativamente pochi capi di bestiame) è passato in brevissimo tempo ad industriale (allevamenti “landless systems”, ossia sistemi di allevamento senza terra, addirittura in mega impianti ubicati in costruzioni verticali per salvare spazio, costringendo gli animali in improbabili grattacieli dove nascere, aumentare di peso e venire macellati). Tutto questo senza avere neanche il tempo di valutare cosa un cambiamento di questo genere nelle abitudini del bestiame potesse comportare nella salute degli stessi animali e di conseguenza in quella di chi si ciba di loro.

Uno dei primi risultati a cui si è potuto assistere in virtù di questa “rivoluzione dell’allevamento” è stato lo sviluppo di malattie anche virali nell’allevamento dei maiali. Il maiale è, come ben sanno i nostri anziani contadini, il re della fattoria. Certo, oltre alla famosa frase che “del maiale non si butta niente” c’è anche la consapevolezza della relativa facilità nell’allevamento di questo animale e della grande produzione di carne, prontamente disponibile ad immediata richiesta.

Ma le tipologie di allevamento come sopra descritte hanno portato ad un incremento di infezioni resistenti agli antibiotici. Di conseguenza l’industria dell’allevamento del maiale è entrata in crisi e la domanda si è sempre più rivolta verso la macellazione di animali selvatici come i pipistrelli, animali facilmente reperibili in particolare in Cina (che peraltro ha come cultura alimentare la macellazione degli animali selvatici, ancorché in numeri ben più ridotti di quelli a cui si è trovata a far fronte a seguito della crisi dell’allevamento del maiale).

Il passaggio dei virus dagli animali selvatici (la rivista Nature nel 2017 ha pubblicato uno studio dove si evidenzia come i pipistrelli sono – involontari – portatori del 96% di tutti i “Coronavirus” fino ad allora conosciuti) all’uomo è storia, ancorché tutt’ora indagata dagli scienziati, di questi tristi giorni.

Quindi anche il sistema dell’allevamento per come si è evoluto nel nuovo millennio ci pone delle necessarie riflessioni. Al di là delle singole abitudini alimentari delle diverse popolazioni (ininfluenti, come si è visto, al dilagare delle epidemie, anche attesa la facilità di spostamenti), come umani siamo chiamati a rivedere il nostro sistema di allevamento e fors’anche al nostro sistema di alimentazione.

Inquinamento ed allevamento industriale sono pertanto due più evidenti che probabili concause del proliferare oggi di questo Covid 19 e domani forse di altre maledizioni.

Questo Coronavirus ci impone quindi di riflettere sul nostro modello di vita. E da questa riflessione non può che scaturire la necessità di un cambiamento delle nostre consolidate abitudini alimentari, di trasporto, di produzione, di riscaldamento, ecc.

Questa situazione emergenziale ci appare ormai da diversi mesi come un incubo. Forse tutti noi avremmo dovuto prevederlo ma questo pensiero ormai lascia il tempo che trova. Il primo desiderio è quello di poter quanto prima tornare a vivere come vivevamo prima. Alla normalità. Ma ora sempre più comprendiamo che proprio quella normalità sottintendeva il problema che stiamo vivendo. Non sarà facile cambiare stile di vita: non sarà facile per niente. Non sarà economico, non sarà comodo, non sarà pratico. Certo non potrà essere neanche immediato. Ma è probabilmente ciò che siamo tutti quanti chiamati a fare per la nostra stessa sopravvivenza.

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