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Perché oggi l’Unione Europea non può prescindere dal debito comune

Perché oggi l’Unione Europea non può prescindere dal debito comune

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Dopo i morti per il COVID, sta per deflagrare la crisi economica e, con essa, quella sociale.

Come ripetono da settimane gli operatori economici, due sono le principali variabili dalle quali dipenderà la gravità della crisi che affonteremo:

1 – l’entità delle risorse economiche e della liquidità che saranno messe a disposizione delle imprese e dei soggetti in difficoltà;

2 – la tempistica in cui queste risorse saranno rese disponibili alla vasta platea di interessati.

Fare presto, ma con poche risorse, non consentirà alle imprese di continuare a pagare le materie prime e gli stipendi, né alle famiglie di vivere, in assenza di consistenti risparmi.

Ritardare l’accesso alle risorse avrà lo stesso effetto, anche se ne fossero stanziate più di quelle sulle quali ci si è accordati all’Eurogruppo nelle ultime ore (peraltro, giudicate insufficienti dai più).

E veniamo al punto.

Nelle prossime settimane tutti i Paesi dell’Unione Europea dovranno indebitarsi per trovare rapidamente le risorse finanziarie necessarie a fronteggiare la crisi.

In una situazione del genere, la solidarietà tra Paesi dell’UE dovrebbe essere declinata garantendo che i meccanismi che saranno utilizzati per finanziare questo indebitamento non consentano a nessun Paese di avvantaggiarsi su un altro a causa della pandemia in atto.

Tutti i Paesi dell’UE dovrebbero poter finanziare gli interventi necessari ad evitare la catastrofe economica e sociale alle medesime condizioni, o almeno a tali uniformi condizioni dovrebbero essere resi disponibili ai Paesi che lo richiedessero i fondi necessari a coprire una significativa parte dei costi da sostenere.

In parole povere: 100 euro di debito pubblico spesi per far fronte al COVID- 19 dovrebbero costare la stessa cifra di interessi a tutti i Paesi dell’UE, perché qui non si tratta di finanziare un sistema Paese piuttosto che un altro, in relazione alle specifiche e contingenti necessità finanziarie; ma l’intero sistema Europeo, complessivamente considerato, rispetto ad un evento eccezionale ed imprevisto (anche se, forse, prevedibile), che ha colpito l’intera Unione e del quale nessun Paese è responsabile.

Ciò eviterebbe che l’effetto della crisi sia analogo a quello che abbiamo già visto nel recente passato, quando i Paesi con un minore indebitamento e considerati “forti” sono usciti ancor più rafforzati nel loro rapporto con i Paesi “deboli”.

Questo meccanismo avrebbe un enorme contenuto di concreta solidarietà, perché Paesi come la Germania potrebbero finanziarsi a tassi e costi notevolmente inferiori di quelli che otterrebbero sul mercato Paesi come l’Italia, la Spagna e, in misura diversa, anche la Francia.

Dunque, i Paesi “frugali” (ed in particolare la Germania che ne è il Paese più rappresentativo dal punto di vista economico) dovrebbero accettare di farsi carico di un costo supplementare per il COVID-19, per evitare che i Paesi più deboli escano ancora più frustrati dalla crisi, o non ne escano affatto, se non in default.

Così come essi hanno beneficiato in passato della “solidarietà” degli altri Paesi.

La Germania, in particolare, con il London debt agreement del 1953, prima, e, poi, con la sostanziale cancellazione del debito dell’epoca nazista e delle riparazioni di guerra nel 1990, quando il Cancelliere Helmut Khol dichiarò che il saldo degli oneri previsto dal London debt agreement al momento della riunificazione tedesca non era sostenibile dalle casse di Berlino e ribadì, in cambio, il forte impegno economico tedesco nello sviluppo del progetto europeo.

Quegli interventi di solidarietà sono stati voluti e pagati dagli altri Paesi, per non lasciare che gli errori sciagurati di una generazione di tedeschi potessero condizionare ancora a distanza di 40 o 50 anni le future ed incolpevoli generazioni che avevano già espiato – per quanto in loro potere – gli errori del passato e per facilitare la ricostruzione post-bellica e lo sviluppo economico globale.

L’Italia ha gestito in maniera a dir poco allegra il proprio indebitamento almeno sino agli anni ’70/’80 dello scorso secolo.

Da allora, però, il tenore di vita della classe media e le aspettative di crescita delle nuove generazioni si sono drasticamente ridimensionati, sotto i colpi di necessarie (ma non sempre ben orchestrate) politiche di austerità, tese a porre sotto controllo il debito e la sua dinamica di crescita.

Per rassicurare i nostri partner europei, abbiamo persino inserito nella Costituzione il dibattutissimo principio del pareggio di bilancio.

Abbiamo fatto grandi sacrifici (anche se i politici li hanno eufemisticamente chiamati “compiti a casa”), i cui costi oggi abbiamo potuto vedere in termini di vite strappate – in solitudine – all’amore dei cari, anche per l’eccessiva e scriteriata riduzione dei servizi sanitari sul territorio.

Si tratta di fenomeni di disgregazione sociale in atto da anni e con i quali ogni famiglia italiana ha dovuto fare i conti.

Sono passati 40 anni dall’allegra gestione del debito pubblico.

Vogliamo trovare un modo di uscire dalla prossima crisi economica lavorando duramente, per noi e per i nostri figli ed a parità di condizioni con i nostri partner europei.

L’accordo di ieri all’Eurogruppo non è riuscito a sciogliere le questioni poste dalla pandemia, perché il cosiddetto Recovery Plan è ancora un titolo senza contenuto.

Il Consiglio Europeo è, dunque, chiamato a prendere una decisione che ritroveremo nei libri di storia: consentire a tutti i Paesi dell’Unione di superare insieme la crisi alle medesime condizioni, o abbandonare alla speculazione dei mercati ed al gioco della concorrenza interna tra i Paesi dell’UE persino gli oneri della ricostruzione post-pandemia, ponendo le basi per la disgregazione dell’attuale Unione.

Stati Uniti e Cina ci aspettano al varco…

Emanuele Nati

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